C’è sempre un po’ di nostalgia nell’aria quando si torna a parlare di Pokémon, soprattutto per chi ci è cresciuto, tra videogiochi, anime in TV e carte collezionabili. Pokémon: Detective Pikachu, però, non è un tuffo nel passato, ma nel futuro.
Seguiamo la storia di Tim Goodman, che da piccolo sognava di fare l’allenatore Pokémon, ma che alla fine ha rinunciato a quella carriera per farne una ancor più divertente, l’assicuratore. Non ha un partner Pokémon e di quelle tenere bestioline non ne vuole proprio sentire parlare. Da un’improvvisa telefonata comprende che suo padre Henry, con il quale non è più in buoni rapporti, è rimasto vittima di un incidente stradale. Si reca così a Ryme City, dove suo padre viveva e lavorava come detective. Il piano di Tim è di tornare quanto prima possibile alla vita di sempre e lasciarsi questa storia alle spalle. Prima di arrivare all’appartamento del padre incontra la tutta-pepe Lucy Stevens, stagista non pagata alla CNN, che sta indagando proprio sulla morte di Henry, poiché pare avesse scoperto qualcosa di grosso.

Ma Tim non potrà andarsene così in fretta dalla città e se ne rende conto nel momento in cui nell’appartamento appare un misterioso, vispo e soprattutto parlante Pikachu con tanto di cappellino da detective. Ammetto che all’inizio fa un po’ strano sentire Pikachu parlare come un umano, con una voce profonda che di certo non somiglia al tenero e dolce pika pika a cui siamo tutti abituati. Devo dire, però, che dopo poco si viene travolti dalla sua esuberanza, dal suo sarcasmo, dal suo modo di fare perspicace e dai modi di dire buffi che si inventa, come la “dimenticanza” (Pikachu ha infatti perso la memoria) e “me lo sento nelle gelatine”, al posto di “me lo sento nelle viscere”. E a ben pensarci, preferisco la versione di Pikachu.

E’ così che l’avventura trova Tim il quale decide di aiutare il suo nuovo amico giallo e pelosino a ritrovare la memoria. Tutto si svolge, appunto, a Ryme City, una città costruita intorno al concetto che i Pokémon e gli esseri umani convivano pacificamente e che lavorino insieme in totale armonia. Ve lo immaginate un mondo così? Io ci vivrei subito, senza farmelo ripetere due volte! Questo modus vivendi è ispirato da Howard Clifford, capo della Clifford Enterprises, multinazionale che ha il controllo di praticamente tutta la città. E’ proprio dal signor Clifford che i nostri due eroi comprendono che Henry stava lavorando davvero a qualcosa di grosso ma soprattutto che potrebbe essere ancora vivo.

Tim con l’aiuto di Lucy e del suo Psyduck, appassionato di massaggi alle zampe, si reca al laboratorio dove la stessa notte in cui Henry ha avuto l’incidente è anche fuggito il leggendario Mewtwo, il Pokémon più forte del mondo che in quel momento era imprigionato lì come esperimento. E’ fantastico notare che nonostante sia passato tutto questo tempo e siano passate diverse generazioni il più potente rimanga sempre lui.

Tim e Pikachu formano un bel team: all’inizio il ragazzo è diffidente, ma con il tempo impara ad apprezzare e a voler bene a quella tenera palla di pelo parlante. Ho apprezzato molto le situazioni esilaranti e divertenti che si sono create tra loro due, anche a spezzare momenti potenzialmente pericolosi e ricchi di adrenalina. Pikachu è un personaggio spumeggiante e senza peli sulla lingua. Oltre ad essere infinitamente adorabile da volerne anch’io uno così. I Pokémon sono senza dubbio i protagonisti di questa storia, mettendo in secondo piano le relazioni umane. Ad esempio, sembra che tra Tim e Lucy ci sia del tenero, anche se questa piccola romance nasce un po’ dal nulla e soltanto verso le battute finali del film.

Visivamente Pokémon: Detective Pikachu è incredibile, come ci si può aspettare da un film prodotto anche dalla Legendary Pictures. I Pokémon sono ben realizzati, anche se alcuni non mi hanno convinto appieno, come ad esempio Gengar (che è anche il mio Pokémon preferito, argh!) che ha un aspetto troppo strano e più inquietante che altro. E’ stata posta molta attenzione nell’interazione tra loro e gli esseri umani che infatti si rivela precisa e pulita senza incertezze dovute all’incontro tra CGI e persone in carne ed ossa. Anche la fotografia del film è eccezionale: paesaggi meravigliosi e splendidi scorci della città rendono il film vivo e reale.

Magari è una piccolezza, ma è bello vedere che in un film del genere siano state rappresentate diverse realtà culturali, come a voler dimostrare che i Pokémon vanno oltre le differenze razziali e di status sociale. Un mondo dove tutti sono alla pari e collaborano insieme. Sembra un bellissimo sogno utopico, ma a me piace moltissimo come idea.

Come ho scritto all’inizio, la missione di questo film non è un’operazione nostalgia, però è impossibile non sorridere teneramente ad alcuni piccoli rimandi al mondo dei Pokémon che conosciamo bene. Ad esempio, le carte collezionabili di Tim o Pikachu che triste e sconsolato canta la sigla della versione animata, che per noi italiani è stata interpretata dal mitico Giorgio Vanni. Come fai a non riproiettarti ai primi anni 2000? E a proposito di musica, la soundtrack del film è davvero ben azzeccata. Henry Jackman ha fatto un grande lavoro nell’arrangiare alcune musiche memorabili composte da Junichi Masuda, come ad esempio l’inconfondibile tema di Rosso e Blu o la stessa Gotta catch ‘em all.

Personalmente non sono rimasta affatto delusa da questo adattamento. Nonostante il film fornisca gli strumenti necessari per capire la risoluzione finale della vicenda, questa risulta intelligente, coerente e sensata. La sensatezza si perde solo in pochissimi punti, come ad esempio quando Tim fa un salto che per qualsiasi umano finirebbe con la rottura di buona parte delle costole mentre lui ne esce illeso, fresco come una rosa. E’ una storia che parla sì di Pokémon, ma anche di come l’unione fa la forza e come trovare o ritrovare la fiducia persa in qualcuno o persino sè stessi. E’ un film per tutti, non serve essere degli appassionati di quei teneri mostriciattoli, anzi. Il modo in cui è strutturato permette la piena godibilità anche da chi non ha mai catturato un Pokémon attraverso il proprio Game Boy, chi non ha mai giocato con le carte o chi non ha visto nemmeno un fotogramma dell’anime. I Pokémon sono per tutti!





giothemoonwalker
Molto utile e ben scritta, continuate così! 💪